| Da sempre, la storia di Vicenza si intreccia con quelle di Verona. Divergenze e contrasti di confine, un secolo (il Trecento scaligero) di soggezione della città berica al governo veronese; ma anche importanti esperienze comuni, come la soggezione di tutte e due al "tiranno" Ezzelino III da Romano, nei decenni centrali del Duecento sino al 1259, quando egli trovò la morte a Soncino (nel 1259). La "leggenda nera" di Ezzelino oggi è stata mitigata dalla storiografia, che ha ricono: essa fu almeno in parte una creazione della propaganda dei cronisti padovani (Rolandino su tutti). Ma gli anni tra il 1250 e il 1259 furono davvero durissimi, e gli stessi storici "revisionisti" parlano di "anni di piombo". Dal 1260 in poi, dunque, un senso di liberazione, una volontà di ricostruzione e di riconciliazione attraversarono Verona e Vicenza (come del resto Padova e Treviso). La pace durò poco: molto presto ricominciano le lotte di partito, i bandi, le liti. Ma tra 1260 e 1264, in pochi, pochissimi anni di straordinaria importanza, si presero iniziative e si "inventarono" istituzioni destinate a segnare in modo indelebile la storia delle due città. Le scelte furono diverse, perché diversissime erano le strutture sociali ed economiche. A Verona, grande città commerciale e manifatturiera, i ceti produttivi crearono nel 1259 il comune popolare, che fu egemonizzato da Mastino I della Scala e divenne la base del potere degli Scaligeri. Negli stessi anni a Vicenza (grande meno della metà di Verona, economicamente arretrata) fu invece il vescovo - Bartolomeo da Breganze, un colto teologo domenicano, capace di mettersi in sintonia con la società urbana - il protagonista della rinascita della città. Col suo appoggio, il comune cittadino nell'arco di pochissimi anni attuò importanti permute di beni con gli enti ecclesiastici (1251), procedette nel 1264 alla stesura dello statuto, la legge fondamentale della città, che riceve una struttura definitiva, coi suoi quattro libri e con l'elenco dei villaggi soggetti all'autorità del podestà. Ma eseguì anche un attentissimo inventario del suo patrimonio, in città e nel contado, frutto in larga parte delle confische di beni al "tiranno" sconfitto. Nacque, in breve, proprio allora Vicenza come 'città stato'. Anche se i loro cespiti attuali provengono per la maggior parte dalla fiscalità locale, o dai redditi delle grandi aziende municipalizzate (e dal trasferimento di risorse statali), ancor oggi i comuni cittadini possiedono beni patrimoniali cospicui: terreni edificabili, porzioni di territorio suburbano, edifici monumentali. E' quanto resta di realtà patrimoniali che hanno sfidato i secoli, e che nel caso di Vicenza vennero descritte con grande cura, da notai e da altri incaricati, appunto nel 1262, in un monumentale registro, il Regestum possessionum comunis Vincencie. Già noto agli storici, questo documento fondamentale della storia di Vicenza medievale è un vero monumento allo scrupolo amministrativo della classe dirigente dell'epoca. Il volume, pubblicato dalle edizioni Viella di Roma, sarà presentato il 5 ottobre 2007, alle 17, a Vicenza alla Biblioteca Civica Bertoliana. |