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| Economia, monete, personaggi al tempo di Guglielmo Ubertini |
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Quel mattino di sabato 11 giugno 1289, giorno di San Barnaba, i soldati aretini entrarono in battaglia contro Firenze portando al collo la moneta di San Donato. La piana di Campaldino ha restituito nel tempo queste monete ed oggi sono custodite nel museo medioevale della nostra città. Erano soldi di argento, coniati dalla zecca del Vescovo Guglielmo Ubertini . Furono chiamati “ grossi” aretini. Ciascuna moneta pesava 2.30 grammi, composta per il 93 % di argento. Aveva la figura intera di San Donato nimbato ( circondato da aureola), in abiti vescovili, benedicente e con pastorale e al rovescio una croce patente (ad otto punte) con stelle. Questo “ grosso” era stato coniato in una zecca ubicata all’interno delle mura duecentesche per volontà di Guglielmo Vescovo per risollevare l’economia della città e del territorio del libero Comune Aretino. Il “ grosso” fu usato nei rapporti economici tra Arezzo e le più importanti piazze commerciali adriatiche, dove i mercanti aretini, a causa delle continue guerre con Firenze e Siena avevano cercato di commerciare le loro mercanzie, mirando a creare i loro sbocchi commerciali alternativi alle piazze tirreniche. Questo “ grosso” coniato attorno al 1250 fu chiamato anche “agontano” perché venne usato nei commerci con Ancona, la Marca Anconetana, Rimini, la Romagna, Urbino. Arezzo fin dalla antichità ha guardato verso Oriente, durante il medioevo ha continuato ad avere un rapporto privilegiato con le terre orientali, guardando verso il Mare Adriatico. Una scelta strategica ed economica perché il contrasto con Firenze e Siena impediva efficienti e continui traffici commerciali con il Mare Tirreno. La nuova moneta aveva quindi lo scopo di fornire ai mercanti aretini, alla economia della città di impostare libere ed autonome relazioni finanziarie. Una propria moneta dava autorevolezza al libero Comune di Arezzo. Fino alla coniazione del “grosso”, Arezzo usava nei suoi commerci la lira pisana. |
